“Sono cristiano”: quella confidenza sussurrata all’orecchio di Suor Lina

“Sono cristiano”: quella confidenza sussurrata all’orecchio di Suor Lina

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La Scalabriniana, a lungo in servizio a Piacenza, accoglie i migranti al porto di Reggio Calabria

D’istinto prende in mano uno scarpone tra quelli che sta distribuendo. “Questa è l’Italia: tu sei qui – e col dito indica la punta – a Reggio Calabria. A metà c’è Roma. Su c’è Milano”. Suor Lina Guzzo, da cinquant’anni suora tra le Missionarie Scalabriniane, ha fatto dell’accompagnamento ai migranti la sua scelta di vita. Di situazioni dure ne ha viste tante anche negli anni di servizio a Piacenza. Mai però avrebbe pensato di vedere quel che ora i suoi occhi incrociano nei volti di coloro che sbarcano al porto di Reggio Calabria entro il team che la diocesi calabrese ha messo in campo insieme a varie associazioni ecclesiali in appoggio alle istituzioni nella fase della primissima accoglienza. Dopo le visite mediche, sono loro ad intervenire con latte, acqua, biscotti, maglie e pantaloni, scarpe. Portano la mascherina sul volto e i guanti, che suor Lina vuole di color verde, “perché almeno ci sia un segno di speranza in tutta questa disperazione”. “Stiamo finendo tutto – ci dice al telefono -. Non so come faremo con i prossimi sbarchi. Non abbiamo nemmeno quasi più ciabatte. Vederli salire sui pullman scalzi mi stringe il cuore. Sono persone anche loro, come noi”. Reggio Calabria è ormai congestionata di presenze. I profughi superano le duemila unità,su una diocesi di neanche centomila abitanti.

Nello sbarco di lunedì scorso dalla scaletta della nave della Marina Militare che va a recuperare i barconi in avaria sono scese 779 persone, tra cui 14 neonati, una quindicina di gestanti e 40 minori non accompagnati. Per lo più erano siriani ed eritrei. “Sono sempre di più quelli che arrivano dalle zone di guerra”. Nello sbarco precedente i minori senza genitori erano più di 180, da Somalia, Zambia, Nigeria, Costa d’Avorio, Burkina Faso. Pare che l’Africa si stia svuotando, “nell’indifferenza – è il commento amaro di suor Lina – delle stesse autorità, che non si interessano se i loro cittadini finiscono nel cimitero del Mediterraneo”. Alle spalle hanno il viaggio nel deserto del Sahara, fino a 9 mesi di attesa nei campi in Libia, tra soprusi e violenze. Pagano dai 4 ai 6 mila euro per un viaggio senza garanzie. “Bisogna trovare il modo di informare nei Paesi d’origine le famiglie di ciò a cui vanno incontro – sottolinea suor Lina -. Ci sono genitori che si indebitano per mandare i figli qua, nell’illusione che potranno lavorare e mandare soldi a casa. Ma non è così”.

Qualche parola in inglese, in francese, in portoghese. Ma soprattutto un linguaggio fatto di gesti e sorrisi. È l’unico modo che suor Lina ha per comunicare con i profughi. “Alcuni ragazzi africani mi si sono avvicinati e all’orecchio mi hanno detto: «sono cristiano». L’hanno fatto sottovoce, come se avessero paura di essere sentiti dagli altri. Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime. Ho risposto: «Prego per voi». E loro, semplicemente: «Amen»”.

FONTE – Il nuovo giornale (Settimanale della diocesi di Piacenza-Bobbio) 15 maggio 2015

 

 

 

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