Migranti e l’opera di misericordia della Chiesa

Migranti e l’opera di misericordia della Chiesa

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Nella scorsa settimana papa Francesco aveva detto: “Vi invito tutti a chiedere perdono per le persone e le istituzioni che chiudono la porta a questa gente che cerca una famiglia, che cerca di essere custodita”. Questa frase ha scatenato il solito melenso scambio di battute senza senso contro la Chiesa, quando prende una posizione ragionevole, chiedendo che la stessa si faccia carico dei migranti. Ma nessuno cita i numeri.

Però questa volta li voglio citare, ricordando che nelle sette opere di misericordia corporali sono comprese: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire gli ignudi; alloggiare i pellegrini. Completano questo nucleo altre tre opere: visitare gli infermi; visitare i carcerati; seppellire i morti. Poi ci sono le altre sette opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti.

Mi vorrei soffermare solo sulle opere di misericordia corporali, che con la frase ‘seppellire i morti’ mette in seria difficoltà la nostra coscienza sulle continue stragi che avvengono nel mar Mediterraneo ed i corpi di molti profughi abbandonati nel fondo marino. Innanzitutto occorre ricordare che la Chiesa ogni anno distribuisce 6.000.000 di pasti. Inoltre attraverso la Caritas, la Fondazione Migrantes e l’impegno delle parrocchie la Chiesa in questi anni ha dato accoglienza a circa 10.000 migranti, generando nel territorio migliaia di servizi di prima necessità come mense, prestiti, dormitori e ambulatori per stranieri ed italiani in difficoltà.

Sono 1500 presidi in Italia. Inoltre le mense per i poveri legate alla chiesa sono 449, promosse per un quarto dalle parrocchie, per un quarto da Caritas e per un quarto da ordini religiosi e congregazioni e per un quarto dalle diocesi: quattro su cinque di queste mense non ricevono aiuti pubblici, quindi non costano niente alle casse dello Stato; anzi, tenendo conto che ogni pasto costa 4,5 euro, questa rete della Chiesa fa risparmiare allo Stato italiano 27.000.000 di euro ogni anno.

A questa attività si devono aggiungere le numerose attività svolte nelle parrocchie, ma che restano difficile a catalogare perché fatte con carità, come doposcuola, asili multietnici o progetti di housing sociale pensati per il ricongiungimento familiare. Poi c’è poi la tutela dei minori che vede le chiese locali prendersi cura di 13.000 bimbi attraverso la rete degli affidi familiari.

Inoltre riprendendo le parole pronunciate circa due anni fa da papa Francesco, che invitava ad aprire ai migranti i monasteri ormai vuoti ed abbandonati, è sorto da qualche mese il progetto ‘Altro da dire’, sostenuto dalla fondazione Comunicazione e cultura della Cei e realizzato da Kaleidon, che sta tentando a imprimere una fotografia dell’accoglienza dei migranti nelle strutture religiose. Insomma sono migliaia i migranti accolti in ex conventi, case e strutture gestite da religiosi.

Un’accoglienza silenziosa, lontana dalla bolla mediatica, ma sparsa in modo capillare su tutto il territorio italiano: ci sono i guanelliani a Como, Lecco, Nuova Olonio e a Sormano, i francescani ad Enna, Roma e Piglio, i comboniani a Brescia, i pavoniani a Maggio di Valsassina, gli scalabriniani a Roma e Foggia, le suore mercedarie a Valverde di Scicli, le Figlie di Santa Maria della Provvidenza a Lora (Como) ed Ardenno (Sondrio), le Orsoline a Caserta, le suore della Provvidenza a Gorizia, i salesiani a Palermo…

Laura Galimberti, coordinatrice di ‘Altro da dire’, ha sottolineato: “La mappa viene aggiornata man mano che arrivano i dati dai superiori provinciali, contattati inizialmente durante l’assemblea generale di novembre del Cism (Conferenza italiana Superiori maggiori) e Usmi (Unione superiore maggiori d’Italia). Abbiamo chiesto a molti di fornirci dei dati, ma non tutti rispondono, perché spesso non c’è una propensione a raccogliere dati di questo tipo. Si pensa a fare il bene e non a dirlo…

L’obiettivo è quello di dire che non è vero che non c’è un’accoglienza da parte dei religiosi. C’è e la stiamo raccontando… Per fare un esempio ci sono delle risposte numericamente consistenti, come quella delle Suore della Provvidenza di Gorizia, che accolgono 150 migranti provenienti da Afghanistan e Pakistan nell’ex convento Nazareno”. Dal sito abbiamo raccolto alcuni racconti come quello di suor Sandra Del Bel Belluz, appartenente alla Congregazione delle Suore della Provvidenza fondate nel 1837 da San Luigi Scrosoppi:

“Era il 2013. Ci siamo trovate di fronte a questo dilemma quando abbiamo deciso di chiudere il nostro convento di Gorizia, il Nazareno, che aveva avuto una gloriosa storia per più di 100 anni, tra l’altro rinomata scuola per infermiere, oltre che ospedale civile durante gli anni della guerra. Ci siamo messe in ascolto delle urgenze, delle tante povertà che abitavano la nostra società. Poi la richiesta della Caritas: mettere a disposizione il nostro grande immobile per l’accoglienza dei profughi.

Non è stato facile superare le preoccupazioni iniziali e discernere se ciò fosse una chiamata del Signore per noi. Accompagnate dalle parole di Papa Francesco i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare soldi, ci siamo fidate nuovamente del Vangelo e della Provvidenza, che ci contraddistingue già dal nome che portiamo, e abbiamo ceduto l’immobile gratuitamente affinché la Caritas potesse organizzare una struttura adatta ai nostri fratelli più vulnerabili”.

Invece in Sicilia i salesiani hanno dato vita all’associazione temporanea di scopo ‘Don Bosco Island’, che riunisce le organizzazioni coinvolte nella gestione dei problemi dell’immigrazione, presenti nell’isola e in tutto il paese. Infine il Centro Don Bosco per i Giovani del Mondo, una sorta di città dell’integrazione nella quale le associazioni salesiane, il mondo della scuola e della formazione professionale hanno la possibilità di fare formazione interculturale attraverso incontri, feste, confronti e la discussione dei temi e dei problemi del mondo e dell’integrazione.

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