La Chiesa, locanda che accoglie gli “amori feriti”

La Chiesa, locanda che accoglie gli “amori feriti”

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Fra Oliviero Svanera parla del suo libro “Amori feriti” che raccoglie le testimonianze di chi vive il dramma di una separazione o un divorzio. Tema di cui da anni si occupa animando la Fraternità “Legami spezzati”

Fra Oliviero, come nasce l’idea di produrre un libro sul tema attraverso le testimonianze dirette di persone coinvolte da fallimenti matrimoniali o familiari?

Da più  di 10 anni – nel contesto delle varie proposte del Movimento francescano delle fraternità familiari che si svolgono ai Santuari Antoniani di Camposampiero (Pd) – è presente la Fraternità “Legami spezzati” di cui io sono animatore. Mi sono detto: perché non far conoscere questa proposta, facendo vedere come concretamente la Chiesa può farsi prossima a chi vive situazioni di difficoltà familiare, di legame spezzato? E, di più, perché non dare direttamente la parola alle persone coinvolte in questo dramma della separazione e del divorzio e far conoscere quali opere di grazia il Signore sta compiendo nel loro cuore?

Dare la parola, mettersi in ascolto… Un approccio in linea con il pontificato di Francesco…

Esatto, Francesco ha inaugurato uno stile nuovo di Chiesa. Mi riferisco al fatto che, in genere, di fronte alle varie questioni etiche o sociali che si pongono oggi – per esempio per quanto qui ci riguarda quelle inerenti alle convivenze, alle unioni civili, alle separazioni e ai divorzi…- noi ci aspettiamo sempre che sia il magistero a dire una parola, a illuminarci sul da farsi. Ebbene questo è certo naturale e giusto aspettarselo come fedeli, eppure papa Francesco ha detto: prima di ogni pronunciamento, mettiamoci in ascolto delle persone coinvolte. Vorrei sottolineare questo aspetto. Noi siamo abituati a una Chiesa ‘docente’, una ‘Chiesa magister’. Ora San Giovanni XXIII parlava di una Chiesa che non solo è ‘magister’, ma anche ‘mater’. Allora, ci dice papa Francesco, una madre deve ascoltare il battito del cuore dei suoi figli, di tutta la sua famiglia. E la Chiesa da ‘docente’ si è fatta ‘discente’.

A tal proposito, per prevenire le crisi dei matrimoni quanto è importante un più efficace lavoro di accompagnamento e di ascolto nei confronti di fidanzati e sposati?

Credo che questa sia una consapevolezza oggi molto viva nella Chiesa e che sarà ulteriormente rafforzata dall’evento del Sinodo. A più riprese si è parlato della misericordia di Gesù, del suo atteggiamento accogliente e della necessità che la Chiesa accompagni con attenzione e premura sia i giovani a riscoprire il Vangelo del matrimonio e della famiglia, sia i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando loro fiducia e speranza.  D’altra parte nel suo magistero il Papa ha parlato di una Chiesa come un “ospedale da campo dopo una battaglia” e naturalmente, con un tale esempio, non poteva non evocare insieme al “pronto soccorso” verso il malato, anche la necessità della prevenzione verso l’insorgere del male. La coppia va dunque seguita, innanzitutto nella fase della sua costituzione. Direi che, al riguardo, in questi anni si è oramai consolidata una tradizione – penso ai cosiddetti “corsi prematrimoniali” – attenta alla formazione dei giovani al matrimonio. Ma la coppia va accompagnata poi nei suoi passaggi critici, e stimolata a saper trasformare il patto originariamente stipulato, imparando ad adeguarlo al mutare delle esigenze del tempo e della società in cui si vive.

Quali gli ostacoli maggiori che la società attuale pone alle coppie?

Noto la diffusione di una concezione privatistica del vissuto affettivo da parte delle coppie, isolate da un tessuto comunitario – anche ecclesiale – che sia di sostegno e prossimità, mettendosi così in condizioni di rischio quanto a capacità di tenuta. È soprattutto dopo il matrimonio che in generale non si riescono a proporre iniziative e percorsi – penso per esempio ai gruppi per i giovani sposi – che mostrino concretamente come la comunità sa accompagnare il delicato sviluppo della vita a due. I primi anni di vita coniugale, il distacco definitivo dalla famiglia di origine, la nascita del primo figlio… sono eventi cruciali. Vanno perciò attivati e sostenuti tutti quegli interventi che supportano la coppia e la famiglia, dalle iniziative di preparazione al matrimonio, ai percorsi di formazione e di arricchimento successivo del legame di coppia. E conoscendo poi le difficoltà educative odierne, tanto più questi interventi vanno rafforzati quando la coppia si trasforma in coppia genitoriale. Nel mio piccolo, lì dove opero, ho attivato un percorso di formazione al matrimonio della durata di due anni con il presupposto che poi si creino le condizioni per una formazione permanente della coppia. Sto notando che la cosa trova un terreno disponibile e funziona con la nascita di varie fraternità familiari. Al Sinodo si è parlato dell’ “arte dell’accompagnamento” a cui devono essere iniziati tutti, sacerdoti, religiosi e laici. È un auspicio che speriamo si traduca presto in scelte pastorali effettive e coerenti.

Alle testimonianze presenti nel libro si accostano le riflessioni di uno psicologo, di un teologo e di esperto di pastorale familiare. In quali modi differenti queste tre personalità possono rispondere al dramma di un “amore ferito”?

Il messaggio che ho voluto far passare con la struttura del libro è molto semplice, ma anche secondo me molto urgente. Siccome stiamo parlando di accompagnamento della coppia, tenuto conto anche dei suoi momenti di crisi e di difficoltà, l’ausilio delle scienze umane è fondamentale, ma non può neppure diventare l’unico a cui appellarsi. Se si analizzano i contenuti dei ‘corsi di preparazione al matrimonio’, largo spazio in ordine ad una comprensione del legame sponsale è dato alle sue componenti antropologiche di base, come la psicodinamica relazionale – con riferimento agli affetti, alla sessualità, al dialogo e alla comunicazione… – per non dire poi degli aspetti medici, sociali, culturali, giuridici… altrettanto presenti. Tutto ciò certo risponde alla natura del matrimonio che, come sacramento, ha nella relazione creaturale tra uomo e donna la sua base costitutiva. La fatica è quella però poi di far interagire nella proposta formativa e, quindi, nel vissuto coniugale, antropologia e teologia, natura e grazia, contratto e sacramento. In verità, partecipando e animando i tanti corsi di preparazione al matrimonio in questi anni, mi sono reso conto che la dimensione spirituale, se non proprio assente, era ed è spesso la cenerentola della proposta formativa, a vantaggio di una ricerca sempre più sofisticata – con l’aiuto delle scienze umane – di strategie e tecniche varie, atte a far fronte alle molte esigenze della vita coniugale. Per quanto lodevoli però queste prospettive rischiano di non cogliere appieno che l’esperienza di fede degli sposi richiede, prima di tutto, che si sappia mettere al centro del matrimonio la relazione che è alla radice di ogni altro rapporto: la relazione con Dio, cioè il sacramento del matrimonio che è il fondamento della propria vocazione sponsale e la fonte propria della spiritualità coniugale e familiare. È proprio nell’ambito e nel momento in cui la coppia va in crisi che si vede quanto queste varie dimensioni interagiscono e sono capaci di salvarla dalla deriva del fallimento. Per questo nel libro, si cerca di far emergere una circolarità nel vissuto della crisi di coppia tra esperienza umana, vissuto psicologico e prospettive teologico-spirituali e pastorali.

Da dove inizia quel “processo di guarigione e salvezza” cui fa accenno nel libro?

Beh, credo che qui il discorso sarebbe lungo, ma restando nel tema dell’accompagnamento, potrei riassumerlo con il riferimento che faccio nel libro all’icona dei due discepoli di Emmaus (cf. Lc 24, 17-24) che esprime bene l’impostazione nelle finalità e nel metodo che diamo agli incontri della Fraternità “Legami spezzati”. Al posto dei due discepoli di Emmaus, possiamo figurarci dunque le persone che vivono un legame spezzato e che, come loro, si trovano a fare i conti con la verità delle loro attese e dei loro progetti infranti, con la loro tristezza e il loro senso di fallimento. Ebbene, negli atteggiamenti di Gesù, possiamo cogliere delle preziose indicazioni sul percorso di guarigione di una persona segnata da un legame spezzato. Egli innanzitutto si accosta loro: mostra interesse, senza pregiudizi, instaura una relazione, si fa compagno di viaggio, ascolta con pazienza e spezza il monologo di solitudine in cui a volte s’infila la situazione delle persone. Poi, sulla scia di un’accoglienza incondizionata, pone una domanda e invita a raccontarsi: un invito che sa andare al cuore, tocca cioè con delicatezza la situazione interiore e, mirando al significato delle cose, entra nella realtà e provoca ad assumerla con coraggio. Si crea così un clima di rispetto e di fiducia, ma non si evita la sfida. Sullo sfondo infatti della vicinanza fraterna, c’è la provocazione, anche forte. L’incontro con la fede, con Gesù provoca al cambiamento. A partire dalla verità di sé, inizia infatti il processo di guarigione o di salvezza, illuminato dalla Parola. La comprensione nasce dall’ascolto e vive della pazienza dello Spirito, che lavora nel cuore di ciascuno per discernere il buono e il giusto per il cammino di ognuno. E qui anche i segni, non solo la parola, hanno un valore: dopo essere stato accanto e aver fatto strada con i due, il gesto di voler andar più avanti apre il cuore al desiderio di un oltre; mentre il sedersi a mensa e lo scomparire dinanzi a loro dice certo di una presenza effettiva di chi accompagna, ma che poi sa lasciare spazio alla responsabilità personale di una decisione e di una crescita ulteriore.

Il recente Sinodo sulla Famiglia è stato accompagnato da discussioni, spesso vivaci, intorno al tema della Comunione ai divorziati risposati…

Non parlerei di discussioni, quanto di un confronto schietto, franco e sincero – il Papa ha parlato della necessità che i Padri sinodali fossero animati dalla parresia evangelica. Al di là delle visioni della stampa, che hanno polarizzato spesso la loro attenzione sula Comunione dei divorziati risposati, secondo me la chiesa al Sinodo ha mostrato invece di poter cogliere soprattutto l’opportunità di affrancarsi da una visione moralistica del proprio messaggio sul matrimonio e la famiglia. Ora la visione moralistica – che vorrebbe indicare sempre il giusto e l’ingiusto come l’istanza più importante – non esprime bene la volontà di ‘evangelizzazione’ della Chiesa sul matrimonio. Infatti al Sinodo più che di Comunione sì o no ai divorziati risposati, si è parlato molto del Vangelo della famiglia. Della bella notizia, dell’Evangelii gaudium di chi si sposa. Le testimonianze – c’erano varie coppie al Sinodo che hanno preso la parola – hanno mostrato tutta la bellezza del matrimonio. Come la fede, anche il matrimonio in Cristo va presentato e proposto come una via alla piena umanizzazione e felicità della persona. Il Vangelo della famiglia può convincere solo attraverso la forza della sua profonda bellezza. Ci vogliono dunque sposi e famiglie che sappiano testimoniare il ‘vino nuovo’, il ‘vino buono’ del Vangelo dell’amore coniugale. E il vino buono si raccomanda da sé.

Qual è tema cruciale in merito alle relazioni coniugali che si spezzano?

Recentemente una ricerca della Caritas nazionale su “Povertà e vulnerabilità dei genitori separati” ha segnalato tre disagi: disagio materiale; disagio psicologico-relazionale; disagio genitoriale. Chi opera pastoralmente o è a contatto con queste situazioni di divisione nella coppia e nella famiglia sa quanto questi disagi siano veri, concreti e reali! E io aggiungo anche il disagio spirituale ed ecclesiale dei separati e dei divorziati, a cui io cerco di rispondere con la proposta della Fraternità “Legami spezzati” in cui tocco con mano come anche un percorso di vita come quello degli amori feriti, trovi vie di rinnovata fede, riconciliazione e speranza di guarigione. Allora torna il tema delle strutture e iniziative di ascolto, di accoglienza, di sostegno e di accompagnamento dei separati e divorziati su cui stanno puntando molti organismi ecclesiali per tradurre anche concretamente l’atteggiamento della Chiesa, locanda che accoglie gli amori feriti e che, come Cristo buon samaritano, sa chinarsi su di loro con compassione, facendosene carico e curandoli con l’olio e il vino, immagini al contempo di un sostegno materiale e spirituale.

FONTE – ZENIT

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