Catania, il “Don Bosco Island”

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È appena stato inaugurato, a Catania, un centro di accoglienza per i giovani migranti voluto da tre organizzazioni della famiglia salesiana. Ospiterà fra i 50 e 80 persone. Con le quali si farà un percorso di integrazione.

Vivere l’amore di don Bosco per i giovani sollecitati dal tempo presente. Si potrebbe riassumere così la nascita, il 15 ottobre a Catania, del “Don Bosco Island”, un centro di accoglienza per i giovani migranti voluto da tre organizzazioni della famiglia salesiana, i Salesiani per il Sociale, il Vides (l’Ong promossa dalle Figlie di Maria Ausiliatrice) e l’Ong che segue i progetti all’estero, il Vis (Volontariato internazionale per lo sviluppo).

L’idea nasce dalla riflessione delle tre organizzazioni in terra siciliana, ma coinvolge tutta Italia. Prevede infatti un duplice livello di accoglienza: un primo nella regione di arrivo, e precisamente alla Plaia di Catania, e uno successivo in strutture di seconda accoglienza, sempre della famiglia salesiana, sull’intero territorio nazionale. Trait d’union, lo stile salesiano, «quindi cordiale, ospitale, attento, preventivo, presente e assistente».

Non appena sarà stipulato la convenzione con la questura, il Centro don Bosco nascerà sulla spiaggia più famosa della città. Ospiterà tra i 50 e gli 80 migranti, che potranno rimanere nella struttura per un periodo tra i 90 e i 120 giorni durante il quale riceveranno cure mediche e aiuto per le procedure necessarie alla richiesta di asilo, oltre a frequentare corsi di italiano, informatica, cittadinanza, presentazione e conoscenza della cultura e dei costumi italiani.

Prima del trasferimento più a Nord, gli operatori definiranno per ciascuno un percorso individuale. Qui c’è un primo intoppo burocratico che si sta cercando di risolvere: «Le commissioni per valutare la concessione dell’asilo politico», spiega don Giovanni D’Andrea, presidente dei Salesiani per il Sociale, «impiegano 12-18 mesi per dare una risposta. Troppo tempo: in quel periodo il migrante non può cambiare regione. Se per esempio scopriamo che ha competenze come panettiere e a Napoli abbiamo una possibilità di lavoro in una nostra struttura, occorre permettergli di andare in Campania. Ne stiamo parlando con il Viminale e pare ci sia disponibilità a trovare una soluzione».

Il piccolo Ibrahim con la mamma e una volontaria del Centro.

Il piccolo Ibrahim con la mamma e una volontaria del Centro.

Col nuovo Centro di Catania, i migranti accolti dai salesiani arriveranno a 500

Accanto all’accoglienza per i giovani migranti, il Centro della Plaia, prima un luogo di formazione e poi un ostello, diventerà un oratorio dei popoli, una cittadella della pace, dove proporre feste, riflessioni, scambi e attività delle varie realtà che in Sicilia si occupano di migranti e dialogo interculturale.

«Un’occasione di cittadinanza attiva e incontro anche per gli italiani», spiega don Giovanni. Secondo il sacerdote «i minori non accompagnati che sbarcano sulle coste siciliane sono i Bartolomeo Garelli del 2014»: si riferisce al primo ragazzino seguito da don Bosco, un orfano sedicenne astigiano conosciuto nel 1841. Gli fa eco la direttrice del Vides Suor Giovanna Montagnoli, che sottolinea come il progetto sia legato al carisma salesiano: «Vivere il Vangelo significa accogliere lo straniero come don Bosco e madre Mazzarello ci hanno insegnato, occupandosi sia della gioventù immigrata nel Piemonte dell’Ottocento sia, fin dai primi anni delle missioni, degli italiani in Sud America». Sì, perché nel 1875 i salesiani e l’anno dopo le suore arrivarono in Argentina, nel quartiere della Boca, dove aprirono una parrocchia per gli emigranti italiani.

Con “Don Bosco Island”, i migranti accolti dalla famiglia salesiana nei centri della sola Sicilia (Camporeale, Cammarata, Agrigento, Piazza Armerina, Palermo, Viagrande, Giarre, Aidone) arriveranno a 500.

Agostino Sella del Vis, 46 anni, gestisce con la moglie quello di Piazza Armerina: 50 posti, all’interno dell’oratorio, con anche una sala di preghiera per gli ospiti musulmani. Ci sono ragazzi afghani e pakistani che scappano dalle violenze dei talebani, magari minacciati perché le loro famiglie hanno collaborato con le forze della Nato, e migranti subsahariani in fuga dalla guerra e dalla miseria. «Anche in parrocchia», spiega Sella, «non è sempre facile, ma l’incontro diventa un’occasione pastorale anche per gli italiani».

E permette di vedere vere e proprie storie di Resurrezione, come quella di Ibrahim. È nato a Piazza Armerina giovedì 18 ottobre da due genitori in fuga dagli orrori della Somalia: il padre era stato torturato, mentre la madre incinta, un anno fa, aveva perso il bambino sul barcone durante la traversata. «Oggi ha vinto la speranza», dice Sella.

FONTE – FAMIGLIA CRISTIANA

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